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MILES ITALICVS

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Inviato il: Venerdì, 30-Apr-2010, 16:41
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ARUSPICINA ETRUSCA ed Orientale a confronto
di Alberto Palmucci

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Prezzo di vendita € 26,63
Libro SAGGISTICA 232 pagine
Copertina Cartonato - Formato 15x23 - bianco e nero
1a edizione 4/2010

Immagine

Tarquinia e "I Libri Tagetici" con traduzioni
Quest’opera espone i risultati di una lunga ricerca che per la prima volta ha messo a dettagliato confronto l’antica tecnica d’interpretazione del fegato animale nell’aruspicina babilonese, siriana, ittita, greca, romana ed etrusca. Ne è derivata una nuova comprensione del FEGATO DI PIACENZA. Palmucci presenta poi la raccolta dei miti riguardanti Tarquinia in relazione all’aruspicina, Tarconte e Tagete; e, dal confronto dei miti con le fonti storiche ed i documenti archeologici, propone di localizzare il FANUM VOLTUMNAE a Tarquinia (centro federale della nazione. Egli produce infine l’unica traduzione esistente della versione greca de I LIBRI TAGETICI, e presenta la raccolta completa dei frammenti latini. Chiudono l’opera alcune interpretazioni di frasi del LIBER LINTEUS della Mummia di Zagabria.

Alberto Palmucci

ARUSPICINA ETRUSCA ED ORIENTALE A CONFRONTO

P R E M E S S A

Presso gli Assiri Babilonesi, gli Ittiti e gli Etruschi la comprensione della volontà degli dèi, e con ciò la predizione del futuro, era affidata soprattutto a quell’arte o scienza che in lingua etrusca si diceva nethśra ed in quella latina “haruspicina”. I Babilonesi chiamavano baru il sacerdore che la praticava. Gli Etruschi lo chiamavano netśvis, e i Romani haruspex . L’arte si basava soprattutto sull’esame a scopo divinatorio delle interiora degli animali sacrificati, ma anche dei segni che venivano dal cielo, come tuoni, lampi e fulmini. Il concetto fondante poggiava sulla convinzione che ci fosse una perfetta corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo per cui nulla accade che sia fortuito; così la volontà degli dèi può manifestarsi sia nelle interiora degli animali sacrificati, soprattutto nel fegato, sia nei fenomeni atmosferici. La credenza che stava alla base dell’ispezione del fegato era che questo fosse la sede della vita. Del resto, gli Indù la ponevano e la pongono nel respiro, e gli Ebrei e i Testimoni di Geova la pongono ancora nel sangue.

Fig. 1- Medio Oriente ed Asia minore

Le divinità tutelari dell’aruspicina assiro-babilonese erano Shamash, dio del sole, ed Adad, dio della tempesta. Il “Dio della Tempesta”, con altri nomi, era anche la suprema divinità maschile fra le popolazioni dell’Anatolia (f. 1): presso gli Urriti era chiamato Teshub, ad Hattusa si chiamava Tarhu, e in altre regioni era detto Taru, Tarhui, Tarhun o Tarhunt, ed era raffigurato spesso come un toro. In Anatolia, questa divinità, comunque la si chiamasse, era anche preposta alla fertilità, ai giuramenti, alla conclusione dei trattati ed all’osservanza del diritto. E’ al nome di questo dio che si riallaccia il nome anatolico di Taruntassa (una delle capitali dell’impero ittita), ed in modo particolare quello della città di Wilusa-Taruisa/*Tarhuisa (Ilio-Troia, della quale era protettore) , Al suo nome si riporta pure il nome etrusco della città di Tarchuna (Tarquinia, della quale sembra fosse parimenti protettore) e del suo eponimo fondatore Tarchun (Tarconte): questi, come si diceva, era emigrato in Italia dall’Anatolia . Al suo nome, infine si riallaccia quello di Tarchies (Tagete, il fanciullo divino che, emerso dalle zolle di Tarquinia, dettò a Tarconte i precetti dell’aruspicina).
Agli inizi del secondo millennio a.C., l’aruspicina assiro-babilonese si presentava già come un corpo ben costituito. Con aggiornamenti e commentari arriverà fino agli inizi della nostra era. Essa si diffuse fra molti popoli del medio e vicino Oriente. Ne abbiamo documentazioni archeologiche in vari luoghi fra cui Mari (Siria), Alalah (Siria orientale), Megiddo (Palestina), Tarso (Cilicia) ed Hattusa (capitale dell’impero ittita).
Soprattutto gli Ittiti ebbero una ricca scienza delle predizioni. La grande maggioranza dei loro testi divinatori consiste di copie ottenute da originali scritti in lingua babilonese, o di traduzioni. Questo materiale è per lo più anteriore alla fine dell’impero ittita che avvenne attorno al 1200 a.C.

Fig. 2- Tarhui (il Dio della Tempesta)

Sono tali e tante, come vedremo, le somiglianze fra l’aruspicina mesopotamica, l’ittica, la greca e l’etrusca che è lecito pensare che la pratica dell’aruspicina sia passata dalla Mesopotamia in Anatolia e da qui in Grecia, in Palestina e sulle coste occidentali dell’Italia centrale al tempo delle leggendarie migrazioni che intercorsero fra l’oriente e l’Italia. Oggi, peraltro, i genetisti hanno trovato qualche somiglianza fra il DNA degli Etruschi e quello dei popoli compresi nel bacino orientale del mediterraneo.
Non possiamo tuttavia escludere che gli Etruschi praticassero già una propria lettura del fegato degli animali: nel mito etrusco, Tarconte (cfr. Tarhunta), già istruito dal lidio Tirreno nell’arte dell’aruspicina, sta arando i campi di Tarquinia (cfr. Taruisa/*Tarhuisa “Troia”) quando da una zolla smossa più profondamente emerge un divino fanciullo chiamato Tarchies (cfr. Tarhui) che gli fornisce “nuove informazioni sulle cose segrete” (vd. pp.42-46).
Gli Etruschi dovettero perfezionare la loro arte anche attraverso contatti diretti con la Mesopotamia. Una tarda occasione può essere stata ad esempio quella che si diede nel 323 a.C. quando una delegazione di Etruschi si recò a Babilonia per incontrare Alessandro .


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